Libertà work in progress

Dopo aver visto “Figli della libertà” alla prima a Novara con Sonia Coluccelli abbiamo raccolto alcune riflessioni su cosa significa per noi la libertà nei percorsi educativi.

Ci siamo chieste: cos’abbiamo imparato fin’ora sulla libertà?

Che è un equilibrio sempre in movimento tra i bisogni e desideri delle persone. Che si costruisce in pratica e non in teoria, e dipende dalla qualità delle relazioni (fiducia, accoglienza, assenza di giudizio, rispetto, empatia, comunicazione efficace, risoluzione non violenta dei conflitti…).

Ad esempio all’inizio abbiamo proposto ai nostri bambini (sotto i 6 anni) il cerchio mattutino, che abbiamo chiamato assemblea. Loro lo sfuggivano, chi apertamente chi meno, ma di fatto non funzionava. Avremmo dovuto obbligarli a partecipare, cominciando malissimo il nostro esperimento di comunità educante non direttiva… Poi un bambino (il più grande) ci ha detto: “Ma non possiamo semplicemente parlarci quando c’è bisogno?”. Questo ci ha fatto riflettere sul fatto che stavamo cercando di usare degli strumenti scopiazzandoli da altre realtà ed esperienze senza partire da noi e dai nostri bambini. Non solo i nostri sono probabilmente piccoli per stare in un cerchio (nonostante moltissimi bambini della loro età lo fanno in contesti più o meno strutturati), ma sono anche un gruppo piccolo, abituato a frequentarsi in modo informale con le famiglie anche al di fuori del tempo del progetto “Asilo nel bosco”. Da quella prima esperienza “bocciata” dai bambini sono rimaste cose straordinarie, per esempio il linguaggio: “Ti faccio una proposta” “Ho una soluzione!” “Ti devo dire una cosa.” sono frasi entrate nell’uso comune dei nostri bambini che usano quando devono trovare un accordo con gli amici o con gli adulti. Poi dopo un bel po’ che non usavamo più questo strumento l’hanno riproposto i bambini. Quando hanno una proposta bellissima chiamano loro l’assemblea, quindi solo quando ne sentono effettivamente bisogno. Ora anche noi la chiamiamo talvolta, quando abbiamo qualcosa di speciale da comunicare loro. E così funziona.

In questo percorso noi come adulti abbiamo proposto degli strumenti, ma nel momento in cui li abbiamo condivisi con i bambini abbiamo lasciato che loro fossero partecipi nella costruzione della pratica comune per utilizzarli. Non sapevamo quale sarebbe stato l’esito, anzi ancora non lo sappiamo. Man mano che cresceranno useranno questo strumento sempre in modo più strutturato e complesso? Lo abbandoneranno del tutto per usarne altri? Magari nuovi esperienze, confronti, esperimenti daranno a noi e/o a loro lo spunto per provare altro?

Un’altra cosa importante che abbiamo imparato è che per rispettare ciascuno i bisogni degli altri prima di tutto ognuno deve fare un lavoro su di sé perché questi bisogni siano chiari e comprensibili. A partire da noi adulti: ci siamo accorti che spesso chiedevamo ai bambini di fare qualcosa per motivi confusi. Perché ti sto chiedendo questa cosa? Perché penso che sia necessario farla? E’ un mio bisogno? E’ per risolvere un problema che riguarda tutti? E’ per rispondere a una mia curiosità? E’ perché ritengo sia necessario per la sicurezza mia/tua/degli altri? E’ perché penso che gli altri si aspettino che tu la faccia? E’ perché mi sentirei in colpa se tu non la facessi? Perché mi sentirei giudicato? Perché ho paura? E tutte queste motivazioni e tante altre sono legittime, ma devo esserne consapevole se pretendo che un altro agisca a causa loro. A noi adulti spetta dunque un lavoro di autoriflessione, e di ascolto empatico e attento dei bambini per cogliere i bisogni reali dietro a parole e comportamenti non sempre di immediata lettura. Ad esempio i primi mesi andavamo tutti i venerdì in paese, ma ben presto è diventata un’esperienza da incubo. Non riuscivamo a mantenere una situazione che garantisse la sicurezza se non a costo di una fatica incredibile e alcune uscite poco coerenti con lo stile educativo che abbiamo scelto. Abbiamo abolito il venerdì in paese fisso, abbiamo detto ai bambini che per andare in paese era necessario ci fossero alcune precondizioni per cui avremmo deciso di andare solo quando ci sentivamo pronte. Ora ci andiamo 1 o 2 volte al mese, su proposta nostra o dei bambini, solo quando c’è una giornata tranquilla, noi adulti siamo in numero e ce la sentiamo. Abbiamo capito che la passeggiata settimanale in paese rispondeva più a una nostra idea che a un bisogno effettivo dei bambini, che volevano continuare a giocare, e sperimentarsi nell’autonomia e nel gioco di gruppo anche il venerdì. Ora quando andiamo è perché c’è un obiettivo chiaro e condiviso, quindi un interesse comune di adulti e bambini, ed è un’esperienza molto più serena.

Infine abbiamo imparato che una volta che abbiamo deciso che volevamo che il rapporto con i nostri bambini fosse il più possibile basato sul rispetto della libertà reciproca, dovevamo prima di tutto rinunciare al controllo e alle aspettative su come questa libertà viene usata. Pensiamo che sia preciso dovere degli adulti continuare a essere responsabili per la sicurezza e il benessere dei bambini, anche quando fanno cose che non ci piacciono, ci fanno paura, divergono da quello che ci aspettiamo o che riterremmo “giusto”. E questo vale soprattutto per l’apprendimento. Ad esempio nel nostro “Asilo nel bosco” la maggior parte delle attività sono iniziate dai bambini e guidate dal loro interesse. In ogni momento ci può essere uno o più bambini che ci portano un libro per leggere. Lo iniziamo insieme, ma mentre l’adulto legge i bambini non devono stare fermi, non devono non interrompere, non devono stare in silenzio. Non devono neanche stare in zona fino alla fine del libro. Questo perché non pensiamo che la fiducia e l’autonomia per decidere come spendere il loro tempo siano tali se le diamo e le riprendiamo quando ci fa comodo. Nel momento in cui uno o più bambini ci propone la lettura ha in mente sicuramente qualcosa. Ha bisogno di un momento di tranquillità? Di spezzare un’attività o una situazione che l’hanno stufato? Di aspettare un amico che sta arrivando o è impegnato in altro? Di uno spunto per un nuovo gioco? Loro lo sanno meglio di noi, e non devono giustificarsi. Quando la lettura ha esaurito il suo ruolo, si interromperà. E non per questo non sono capaci di impegnarsi e concentrarsi a lungo in un’attività, quando li interessa. Gli stessi bambini che magari non arrivano alla fine di un libro all’inizio della mattinata, poi stanno sui libri anche per un’ora (a 4 anni!) in un altro momento della giornata.

E’ l’opposto di quello che succede in tanti contesti dove i bambini vengono interrotti in attività interessanti su cui sono concentrati, per un bisogno organizzativo o didattico degli adulti, per loro poco comprensibile e di nessun interesse, per poi essere costretti a stare dentro attività noiose e lontane dai loro bisogni. Da questa esperienza imparano che vivere e imparare, conoscere e appassionarsi, sono dimensioni inconciliabili. E che concentrarsi è sinonimo di dover fare qualcosa dei noioso, e non invece entrare in quello stato di flusso, in cui tue capacità, bisogni, talenti e abilità si allineano permettendoti di fare qualcosa di bello per te e per gli altri.

Nelle immagini: i bambini ascoltano un libro, ma l’attività di lettura si trasforma in un’attività motoria, fino a ritrasformarsi in un attività di lettura condivisa con un altro libro, un altro adulto.

Affronteremo questo e tanti altri argomenti legati ai percorsi di educazione “alternativi” nel per-corso di introduzione alla pedagogia del bosco che terremo a Milano il 8-22 aprile e 13-27 maggio.

 

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