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Un quartiere in evoluzione, un asilo tutto particolare.

Maddalena – Scuola nel bosco di Pianoro, Bologna

Quando ho capito che quest’estate sarei andata in Canada con la mia famiglia, non ho resistito a programmare una visita in un Asilo nel bosco canadese. Erano anni che mi preparavo (?), ma la mia esperienza come accompagnatrice nel bosco era iniziata solo il mese prima e il primo anno del nostro progetto di Asilo nel bosco a Pianoro (Bologna) sarebbe iniziato subito dopo il viaggio. Ero quindi fortemente motivata a scoprire le diversità e le similitudini tra l’espereinza canadere e i progetti nostrani. Soprattutto mi interessava capire come si relazionano con l’inverno, in modo da poter usare la loro esperienza in risposta ai genitori italiani spesso preoccupatissimi dal nostro freddo invernale.

Ho contattato quindi “Le lion et la souris” (Il leone e il topo), un’organizzazione che dal 2013 si occupa di educazione all’aperto a Montreal. Sono stati da subito disponibili, e, appena ho capito in quale data saremmo passati per Montreal, nel nostro viaggio da Halifax a Toronto, abbiamo fissato un appuntamento.

Ero perplessa però, quando, cercando l’indirizzo che mi era stato dato, mi sono accorta che si trovava in città. Pensavo, come succede spesso all’estero, che quello fosse un punto di ritrovo, da cui i bambini partono con un pulmino per arrivare al bosco. Tutt’altro. Il bosco era lì. L’ufficio dove mi hanno accolta era uno spazio co-working molto confortevole, dove l’organizzazione  (oltre a qualche scrivania) affitta una piccola stanza arredata in legno per ospitare i bambini quando grandina, c’è una tempesta o fa troppo freddo per stare fuori. Chiedo cosa si intende per troppo freddo: 10-15° sotto zero, risponde la responsabile. Mi accompagna poi nel loro bosco, a pochi passi dall’ufficio.

Che sorpresa scoprire che il bosco non è la distesa di alberi che avevo visto fino ad allora nel mio viaggio ma una zona urbana, incredibilmente urbana e in via di rinaturalizzazione. Un posto molto affascinante, un terzo paesaggio alla Gilles Clement, con un gran potenziale, dove i cittadini si occupano di curare il verde e di fare eventi e manifestazioni in modo da renderlo vivo e vivibile. La natura è nuova, gli alberi sono pochi ed diventa per me importante capire come gestire un gruppo di bambini liberi in un’area non solo pubblica, ma anche così vicina alla città, con un inevitabile rapporto con essa.

Mi spiegano tutto: i bambini possono scorrazzare liberi, conoscono tutti i limiti e le potenzialità della zona. Hanno imparato a conoscerlo, proprio come si fa nel bosco. C’è un albero delle storie, c’è una collina delle meraviglie, ci sono moltissimi fiori selvatici da ammirare e qualche vecchina che cura le piante con cui chiacchierare e da cui imparare tanto.

Quando sono arrivata il gruppo 3-5 anni stava facendo merenda, portata dalla maestra, così come lo sarà il pranzo, mi spiega lei stessa. Lo cucina lei la sera prima. E’ un pranzo semplice e leggero, qualcosa che ai nostri bambini italiani, con la nostra tradizione culinaria, non basterebbe mai!

L’asilo è bilinque, francese e inglese, le maestre devono esserlo, per scelta dell’organizzazione. Ho chiesto con quale criterio scelgono la lingua da parlare ma non esiste un criterio, proprio come in una famiglia bilingue.

Altri bambini stavano giocando in una zona diversa. Sono i bambini più grandi, che fanno il campo estivo. Giocano vicino alla strada ed è permesso loro di attraversarla senza adulto, perché conoscono l’ambiente e sono consapevoli delle accortezze da avere. Penso ai genitori italiani a cui si rizzerebbero i capelli! Quando l’ho fatto notare alle maestre mi hanno giustamente ricordato che comunque i bambini qui sono abituati al contesto e che, essendo persone sociali, difficilmente prendono l’iniziativa di allontanarsi, di proposito.

Il numero del personale per i piccoli è 1:6 fino ai 5 anni, poi aumenta fino a 1:10. Avevano iniziato il progetto con la giornata intera, ma con l’esperienza hanno capito che non poteva funzionare perché i bambini si stancavano eccessivamente. Il freddo canadese può essere molto faticoso!

I piccoli hanno a disposizione alcuni strumenti: un seghetto, palette, corde e altri piccoli arnesi che usano quando sono supervisionati. I grandi invece conservano i loro strumenti in un container messo loro a disposizione. Hanno le pale per spalare e giocare con la neve, coltellini e seghetti. Un aspetto che mi è saltato all’occhio è la mancanza di “bosco vero” e quindi di conseguenza di legno da poter usare per i loro giochi e i loro progetti. Essendo uno spazio rinaturalizzato da poco è principalmente prateria, fiori, erbe e arbusti. Non hanno quindi possibilità di rielaborare la natura come vediamo spesso usare negli altri Asili nel bosco. Per contro però, sono facilitati nelle gite ”fuori dall’asilo” perché a piedi, regolarmente raggiungono la biblioteca, il mercato orto frutticolo, altri parchi urbani.

La responsabile mi racconta che le scuole tradizionali della zona stanno prendendo esempio da loro e incominciano a uscire molto più spesso e quindi anche a mescolarsi a loro condividendo gli spazi pubblici. Mi dice anche però che si vede da lontano la differenza di come si muovono i bambini del progetto rispetto a quelli delle scuole tradizionali in natura. Questa condivisione di spazi è stata un’occasione per iniziare un progetto di co-insegnamento tra le scuole che purtroppo non abbiamo potuto approfondire.

L’organizzazione è riconosciuta dall’ente canadese Child and Nature Alliance of Canada che si occupa anche di formare il personale (almeno parte di esso) con delle settimane intere di formazione nel bosco. Sono corsi molto impegnativi, in cui si simulano situazioni anche estreme, si costruiscono rifugi, si accende e spegne il fuoco e altro ancora. In questa scuola in particolare non sono situazioni replicabili, proprio per la conformazione dell’ambiente, ma la ragazza con cui ho parlato, formata recentemente, sosteneva essere una tappa importantissima nel suo percorso di accompagnatrice in natura.

Questo uso nuovo della città, a favore dei piccoli e della loro libertà l’ho trovata molto interessante e da approfondire. Non era l’immensa foresta canadese che mi aspettavo e ne sono rimasta piacevolmente stupita.

E per finire un breve video in cui Maddalena viene accompgnata in visita agli spazi del progetto:

 

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Bambine e natura

di Allegra Mercuri

Alla fine del nostro secondo anno di attività, a giugno 2017, è venuta a trovarci Elena Tramontano, laureanda in Scienze dell’Educazione con il prof. Paolo Mottana  all’Università Bicocca di Milano, per fare un’osservazione da riportare nella sua Tesi di Laurea “So-stare fuori: il valore della Natura in educazione e la pedagogia dell’Asilo nel bosco”. Ci ha fatto molto piacere conoscere Elena, e farci conoscere da lei, per questo riportiamo volentieri un riassunto del suo lavoro.

La prima parte della tesi introduce alle basi storiche della pedagogia del bosco: da Rousseau al primo Kindergarten, da Montessori a Dewey. Il salto tra quel pensiero pedagogico e la realtà del rapporto che la società occidentale contemporanea ha con l’infanzia è grande, a partire proprio dal concetto di tempo, che oggi “vuole essere dominato dall’adulto […]”, mentre “per sperimentare la natura occorre tempo non strutturato”.

Elena racconta, anche a partire dalla sua esperienza personale, quale distacco ci sia oggi tra la quotidianità della maggior parte dei bambini e la possibilità di godere di un tempo continuativo, illimitato e libero in una natura non del tutto addomesticata. Si sofferma poi sui vantaggi e sul valore pedagogico che la pedagogia del bosco offre: possibilità di sperimentare i limiti propri e dell’ambiente, di confrontarsi col rischio e l’incertezza, di crescere e imparare con gli altri attraverso il gioco libero, scoprire e dare un nome ai propri bisogni e alle proprie emozioni e riconoscere quelle altrui, di costruire la propria autonomia stando in un ritmo non forzato, che si adegua alle necessità di ciascuno.

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Il secondo capitolo è dedicato alla storia della pedagogia del bosco, a partire dal primo Asilo nel bosco fondato da Ella Flatau in Danimarca negli anni ‘50. Questo movimento si è sviluppato a partire del concetto scandinavo di Friluftsliv , letteralmente “vita all’aria aperta”, passando poi per i Waldkindergarten tedeschi, per le Forest School anglosassoni, e arrivando infine anche in Italia.

L’ultimo capitolo è quello dedicato al nostro progetto di immersione in natura ispirato ai modello nordeuropeo di “Asilo nel bosco”. Vi sono descritte le finalità dell’associazione, l’organizzazione e la gestione delle attività, i nostri valori, gli spazi dedicati ai bambini al campo base.

Durante la settimana di osservazione che Elena ha trascorso con noi, per due mattine siamo rimasti alla Yurta, mentre gli altri giorni siamo stati in gita. Elena sottolinea come i bambini siano “i protagonisti attivi delle loro giornate”, soffermandosi sul ruolo dell’adulto che “accompagna il bambino, gli offre gli strumenti per dargli la possibilità di intraprendere i suoi percorsi, ma non interviene in modo direttivo”. Coglie poi alcuni degli elementi caratterizzanti del nostro percorso, come l’importanza per i bambini dei libri e della lettura, l’autonomia nella gestione del pranzo e della merenda, i laboratori artistici e manuali, l’esplorazione dell’ambiente selvatico, che ogni bambino approccia a modo proprio: saltando nelle pozzanghere, scivolando giù da una discesa fangosa,  guadando cautamente un torrente; “i bambini del bosco, stando a stretto contatto con ambienti diversi e utilizzando molto il proprio corpo, ne hanno anche molta consapevolezza. Sono presenti in quello che fanno, sanno orientarsi e conoscono i luoghi che frequentano in modo attivo”.

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L’attenzione si sofferma infine sulla tematica di genere in relazione alla pedagogia del bosco: cosa offre di specifico questo tipo di esperienza in natura alle bambine?

Nel suo incontro con le bambine del nostro progetto, Elena nota subito come queste abbiano la stessa possibilità dei maschi “di poter sperimentare, esplorare, manipolare, sporcarsi, vivere la natura”, a differenza di quanto accade in genere altrove: facendo riaffiorare i ricordi della sua infanzia, l’autrice riflette su come spesso ciò che ci si aspetta da bambini e bambine sia differente.

Il tema è approfondito grazie ad uno studio di Stuart Garbutt, che riporta interviste fatte a bambine e bambini di una Forest School inglese, e attraverso le interviste di Elena ai genitori di alcune bambine del progetto di immersione in natura di Fuori dalla Scuola.

Se la natura accoglie tutti senza distinzioni di genere, a Fuori dalla Scuola c’è inoltre una particolare  sensibilità da parte degli adulti rispetto a questo tema, sensibilità che si manifesta nell’attenzione al linguaggio usato, all’immaginario proposto, così come nella prassi quotidiana riguardante l’abbigliamento, l’igiene, il comportamento.

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“Il pensiero della comunità educante e delle persone che ne fanno parte, secondo i genitori intervistati, condiziona molto la pedagogia del bosco in ciascun contesto e questo quindi differenzia un progetto dall’altro. Un fattore determinante, rispetto alla possibilità che una bambina ha di poter vivere la natura in modo completo e senza vincoli è legato, quindi, a come gli adulti, genitori e accompagnatori del bosco, si rapportano a questa, ma soprattutto al fatto che non siano condizionati dai pregiudizi comuni che ne limitano la libertà, offerta in modo semplice dalla natura. Questa permette che maschi e femmine non sentano di avere possibilità o stimoli diversi, ma che vivano ciò che li circonda senza preconcetti.”

Questo non significa che a Fuori dalla Scuola le bambine non giochino con le bambole, o non si vestano di tulle rosa; significa che bambine e bambini si sentono entrambi liberi di giocare con le bambole nella maniera che preferiscono e che il tulle rosa può a fine giornata essere tranquillamente coperto di fango, tanto quanto una tuta da ginnastica. Ecco ad esempio cosa dice una mamma: “Sono contenta che lei possa portare la sua bambola all’asilo nel bosco e a nessuno salta in testa di etichettare questa cosa, in modo che lei sia libera anche di fare queste cose da bambina, ma senza per forza pensare che lei usi la bambola per forza per fare la mammina, ma che può voler dire che magari possa essere la sua amica di avventure. Può viversela come vuole, può immaginarsi lei cosa vuole, può essere sua figlia, sua sorella oppure un’altra esploratrice come lei. Senza che nessuno le dica niente. Con lei mi sto accorgendo anche un po’ di questo, che non è soltanto un discorso di ridurre l’essere bambina a delle attività che uno si aspetta, ma ad un modo di fare quelle attività.

“Questo in natura avviene perché si entra in contatto con un mondo che non giudica, non vieta ma accoglie, dà la possibilità di essere sé stessi e di poter esplicitare un proprio lato, che anche se non in linea con le convenzioni sociali è autentico. nel nostro progetto i bambini possono vedere i pro e i contro di ogni cosa, perché si trovano in un contesto complesso e più realistico rispetto ad una scuola che li chiude in pensieri già pronti e a cui non possono far altro che aderire.”

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I genitori intervistati riflettono anche sull’importanza che le proprie figlie possano sperimentare situazioni di rischio e di conflitto assieme ai loro compagni maschi, senza il costante filtro protettivo di adulti che, anche involontariamente, rimandano loro un’idea di bambine fragili e incapaci (immagine con la quale una bambina finisce poi con identificarsi). L’adulto in caso di conflitto interviene solo se valuta che qualcuno possa davvero farsi male, o se sono i bambini a richiedere il suo intervento perché non riescono a sbloccare una situazione di stallo, e il suo intervento punta a far emergere ciò che i bambini hanno difficoltà ad esprimere, senza sostituirsi a loro o fornire loro soluzioni preconfezionate.

Un papà dice in proposito: “Secondo me, meno esiste un’intermediazione da parte di un adulto nello scontro e più lei sarà in grado di utilizzare gli strumenti per decidere come comportarsi. Meno c’è intermediazione e meno si sviluppa la paura dello scontro, perché più volte sei abituato a rapportarti con questo meno hai paura, perché lo conosci. Il fatto di conoscerlo poi non significa che non ci rimani male, che non piangi o che non vuoi picchiare l’altro, però, hai una reazione consapevole.”

E ancora una mamma: “Io mi ricordo che all’inizio avevo un po’ questa preoccupazione perché non ero abituata a vedere il conflitto, perché negli altri asili interveniva sempre un adulto a separarli, per cui all’inizio mi spaventava che i bambini più grandi la potessero picchiare, non la prendevo proprio in maniera liscia. Però avevo grande fiducia in chi aveva pensato di affrontare il conflitto così e poi mi sono documentata.

Anche se è una modalità alla quale spesso i genitori non sono abituati, il fatto di dare alle bambine fiducia lasciando che affrontino una situazione di conflitto con altri bambini permette che queste bambine imparino che anche loro possono dire di no quando qualcosa non va loro bene, e che sviluppino i propri personali strumenti per far valere se stesse senza bisogno di qualcuno che intervenga al posto loro. Secondo i genitori intervistati, si tratta di una consapevolezza molto preziosa per le donne del futuro.

Piccoli aeroplani in volo

Una settimana del progetto di immersione in natura

di Ambra Caruso, fondatrice e accompagnatrice a Castagne Matte (a Parco Nord, Milano)

Durante il mese di giugno 2017 un membro dell’équipe educativa di Castagne Matte ha trascorso una settimana a Fuori dalla Scuola, il percorso di libera immersione in natura di Missaglia, per completare la formazione di accompagnatrice del bosco e prepararsi all’imminente avvio del nostro progetto educativo ispirato alla pedagogia del bosco e previsto per lunedì 18 settembre 2017.

L’osservazione si è svolta in quattro giornate all’interno di una settimana durante le quali, di comune accordo con l’equipe educativa di Fuori dalla Scuola, abbiamo redatto una documentazione narrata di cui ora vogliamo condividere alcuni stralci coi genitori di Castagne Matte e con chi ci segue con interesse, per offrire un’idea di come possono svolgersi le giornate in un progetto ispirato al modello nord-europeo dell’”Asilo nel bosco”.

Lunedi al nostro arrivo abbiamo potuto accorgerci immediatamente del fatto che a Fuori dalla Scuola non ci sono rigidità rispetto all’orario di ingresso. La mattina i bambini arrivano alla spicciolata, e il rispetto dei tempi di ciascuno comincia anche da qui. Appena arrivati i bambini più grandi, di circa cinque anni, si raggruppano spesso spontaneamente e tornano a dedicarsi con nuovo entusiasmo ad attività avviate nei giorni precedenti. Orbitano soprattutto intorno alla sabbionaia e alla piscina gonfiabile, che riempiono in autonomia, grazie ad un tubo dell’acqua disponibile in prossimità della piscina.

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Le accompagnatrici ci informano del fatto che i più grandi, durante le ultime settimane di giugno, hanno chiesto di smettere le consuete passeggiate nei boschi perché stanno cercando di costruire un canale che colleghi la piscina alla sabbionaia. E’ un progetto che li appassiona e non vogliono lasciare i lavori in stallo neanche per un giorno.

I bambini di circa 3 anni, invece, durante la settimana in cui è stata effettuata l’osservazione, mostrano molto interesse per la yurta. Lunedì vi entrano in due a giocare con dei materassini che usano per costruire le pareti di una sorta di rifugio. Quando ci avviciniamo all’ingresso della yurta ci spiegano che non possiamo entrare: c’è un drago dentro alla yurta e loro stanno costruendo un rifugio apposta per contenerlo. E’ un lavoro delicato, non vogliono essere disturbati.

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Martedì mattina due bambine entrano dentro la yurta per andare a “giocare a mamma e figlia”. Anche in questo caso quando ci avviciniamo alla yurta ci viene chiesto di non entrare per non disturbare i giochi. Non è scontato che i bambini si sentano nelle condizioni di chiedere all’adulto di allontanarsi per poter soddisfare un bisogno di intimità ed è stato interessante osservare la naturalezza e l’assertività con cui questo bisogno è stato espresso nelle due diverse occasioni illustrate.

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Nei giorni seguenti non ci siamo più avvicinate alla yurta quando sapevamo che dentro c’erano dei bambini, nel rispetto delle loro richieste e dei loro bisogni, ci siamo dedicate ad altre osservazioni.

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Mercoledì mattina i piccoli sotto ai due anni giocano su un bilanciere: A., una di loro, sta ballando, ridendo e appare assai divertita. Un’accompagnatrice le è accanto e canticchia un motivetto circense, sostenendo il ritmo dei suoi movimenti. Z., un’altro bambino, raggiunge A. sul bilanciere e la spinge per una ragione che non è immediatamente chiara, forse semplicemente animato dal desiderio di unirsi al gioco.

P_20170623_105750A. rischia di perdere l’equilibrio e cadere dal bilanciere. A questo punto interviene G., un terzo bambino che vorrebbe rendere la spinta a Z. in difesa di  A.. L’accompagnatrice interviene per prevenire il suo gesto e rassicurarlo. Successivamente ci racconta che questa modalità di reazione è frequente in G. e ci illustra le strategie che stanno utilizzando per cercare di dare empatia e accoglienza a questo suo bisogno che potremmo definire di “protezione”.

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Mercoledì i più grandi, stanno riempiendo la piscina col tubo dell’acqua come ogni mattina. Ad un certo punto si accorgono casualmente del fatto che sono in grado di dirigere il flusso d’acqua anche verso l’ombrellone, montato accanto alla piscina per fare ombra sui giochi dei bambini nelle ore più calde. A quel punto i gridolini di gioia arrivano fino a noi, che in quel momento siamo coi piccoli accanto al bilanciere. Ci avviciniamo. Hanno scoperto che l’ombrellone inizia a girare rapidamente su se stesso, per effetto della spinta impressa dal getto dell’acqua e ne sono entusiasti.

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E’ in effetti una scoperta interessante, capace di attivare una riflessione utile alla comprensione del meccanismo dei mulini ad acqua e non solo. Spetterà alle accompagnatrici nei prossimi giorni rilanciare questa nuova scoperta con materiali e attività che nutrano la curiosità e le domande dei bambini, come ad esempio introducendo delle letture a tema oppure una visita ad un mulino ad acqua vicino.

Non mancano le osservazioni di situazioni in cui piccoli e grandi interagiscono. Ricordiamo una circostanza particolarmente bella una mattina in cui i bambini sono tutti accalcati intorno ad un’accompagnatrice ed estraggono a turno da una sacca dei sassolini sui cui sopra sono impressi svariati piccoli disegni di alberi, stelle, montagne o pianeti.

L’accompagnatrice inventa per loro una storia all’impronta, improvvisando a partire da ciò che è rappresentato nell’immagine sul sassolino estratto. Ogni bambino dunque entra dentro la storia con il suo sasso, in una attività che sostiene contemporaneamente la relazione tra pari e con l’adulto, lo sviluppo del linguaggio, la fantasia e la costruzione dell’identità attraverso il racconto.

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Anche venerdì mattina, ultima giornata di osservazione, si verifica qualcosa di interessante quando un’accompagnatrice tiene in braccio un piccolo di meno di un anno, che sta piangendo, e ben presto anche un altro bambino di meno di due anni scoppia in lacrime, turbato dal pianto del primo. L’accompagnatrice prende dunque in braccio anche l’altro bimbo, tentando di cullarli e rassicurarli entrambi simultaneamente.

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Nel frattempo si avvicina L, un bambino di cinque anni che appare incuriosito. Dopo qualche minuto di osservazione L. inizia a strillare Aaaaaaa! in risposta al pianto dei piccoli che, spaventati, piangono ancora più forte. E’ evidente in lui un desiderio di studiare il pianto e la reazione dei due bambini più piccoli. L’accompagnatrice interviene chiedendo ad L. più volte di smettere, ma rimane inascoltata fino a quando non riformula la sua richiesta più o meno nel modo seguente “Sono in difficoltà in questo momento, L., puoi smetterla di gridare in risposta al loro pianto, per favore?”

La condivisione dell’emozione e della propria vulnerabilità da parte dell’accompagnatrice si rivela immediatamente efficace perché L. smette di giocare a riecheggiare il pianto dei piccoli, soddisfacendo il bisogno e la richiesta dell’adulto. Poco dopo si  allontana di sua iniziativa, tornando a giocare in sabbionaia.

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Per noi è interessante osservare come una comunicazione tra adulto e bambino centrata su una espressione autentica dei propri stati d’animo e che contenga una richiesta di aiuto fiduciosa sia in grado di attivare una reazione collaborativa.

Leggiamo in questo episodio una consonanza coi principi della comunicazione non-violenta di Marshall Rosenberg, una strategia di comunicazione che stiamo studiando e per cui ci stiamo auto-formando per dotarci di una ulteriore strategia nella relazione coi bambini e coi genitori del nostro progetto educativo.

Ancora questo episodio può essere visto come una ulteriore conferma del fatto che i bambini non hanno bisogno che li si induca a cooperare con la coercizione, ventilando un premio o una punizione, ma al contrario, come in ogni altro essere umano, la spinta alla cooperazione è nei bambini fisiologica e innata, e sanno attivarsi spontaneamente in questo senso, se esposti fiduciosamente alla vulnerabilità di un adulto con cui hanno un legame positivo.

Concludendo, da queste giornate di osservazione effettuate al progetto “Asilo nel bosco” di Missaglia, porteremo con noi il ricordo del silenzio carico di benessere e dell’atmosfera di concentrazione viva che regna al campo base. Ci siamo chiesti che cosa sia a creare questa atmosfera quasi meditativa. Non abbiamo una risposta definitiva ma non può che dipendere dall’interazione di svariati elementi tra cui sicuramente sono centrali lo stare in natura, sotto al cielo e tra gli alberi, e l’autonomia dei giochi dei bambini, mai interrotti o diretti dagli adulti.

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Porteremo con noi anche la sollecitudine, la disponibilità e l’attenzione degli accompgnatori nel rispondere ai bisogni dei bambini e degli adulti che sono parte del progetto. Ultimo ma non meno importante porteremo con noi la gioia e l’allegria dei bambini, la loro voglia di condivisione ma anche di spazio e rispetto, i loro discorsi immersivi sui Baobab e le piogge di meteoriti.

Infine ricordiamo con viva gioia la curiosità che i bambini hanno avuto di conoscerci, e il modo in cui venerdì poco prima del momento in cui avremmo lasciato il campo base, ci hanno coinvolto in un gioco in cui il nostro corpo era una pista d’atterraggio mobile e loro piccoli aeroplani in volo. La libertà e la fiducia condivisa in questo gioco motorio e di contatto corpo a corpo hanno rappresentato per noi un ultimo saluto intenso e davvero speciale, in piena sintonia con l’atmosfera di questo progetto che rappresenta per noi un punto di riferimento fondamentale, sia per le buone pratiche che per i principi pedagogici che lo animano.

Libertà work in progress

Dopo aver visto “Figli della libertà” alla prima a Novara con Sonia Coluccelli abbiamo raccolto alcune riflessioni su cosa significa per noi la libertà nei percorsi educativi.

Ci siamo chieste: cos’abbiamo imparato fin’ora sulla libertà?

Che è un equilibrio sempre in movimento tra i bisogni e desideri delle persone. Che si costruisce in pratica e non in teoria, e dipende dalla qualità delle relazioni (fiducia, accoglienza, assenza di giudizio, rispetto, empatia, comunicazione efficace, risoluzione non violenta dei conflitti…).

Ad esempio all’inizio abbiamo proposto ai nostri bambini (sotto i 6 anni) il cerchio mattutino, che abbiamo chiamato assemblea. Loro lo sfuggivano, chi apertamente chi meno, ma di fatto non funzionava. Avremmo dovuto obbligarli a partecipare, cominciando malissimo il nostro esperimento di comunità educante non direttiva… Poi un bambino (il più grande) ci ha detto: “Ma non possiamo semplicemente parlarci quando c’è bisogno?”. Questo ci ha fatto riflettere sul fatto che stavamo cercando di usare degli strumenti scopiazzandoli da altre realtà ed esperienze senza partire da noi e dai nostri bambini. Non solo i nostri sono probabilmente piccoli per stare in un cerchio (nonostante moltissimi bambini della loro età lo fanno in contesti più o meno strutturati), ma sono anche un gruppo piccolo, abituato a frequentarsi in modo informale con le famiglie anche al di fuori del tempo del progetto “Asilo nel bosco”. Da quella prima esperienza “bocciata” dai bambini sono rimaste cose straordinarie, per esempio il linguaggio: “Ti faccio una proposta” “Ho una soluzione!” “Ti devo dire una cosa.” sono frasi entrate nell’uso comune dei nostri bambini che usano quando devono trovare un accordo con gli amici o con gli adulti. Poi dopo un bel po’ che non usavamo più questo strumento l’hanno riproposto i bambini. Quando hanno una proposta bellissima chiamano loro l’assemblea, quindi solo quando ne sentono effettivamente bisogno. Ora anche noi la chiamiamo talvolta, quando abbiamo qualcosa di speciale da comunicare loro. E così funziona.

In questo percorso noi come adulti abbiamo proposto degli strumenti, ma nel momento in cui li abbiamo condivisi con i bambini abbiamo lasciato che loro fossero partecipi nella costruzione della pratica comune per utilizzarli. Non sapevamo quale sarebbe stato l’esito, anzi ancora non lo sappiamo. Man mano che cresceranno useranno questo strumento sempre in modo più strutturato e complesso? Lo abbandoneranno del tutto per usarne altri? Magari nuovi esperienze, confronti, esperimenti daranno a noi e/o a loro lo spunto per provare altro?

Un’altra cosa importante che abbiamo imparato è che per rispettare ciascuno i bisogni degli altri prima di tutto ognuno deve fare un lavoro su di sé perché questi bisogni siano chiari e comprensibili. A partire da noi adulti: ci siamo accorti che spesso chiedevamo ai bambini di fare qualcosa per motivi confusi. Perché ti sto chiedendo questa cosa? Perché penso che sia necessario farla? E’ un mio bisogno? E’ per risolvere un problema che riguarda tutti? E’ per rispondere a una mia curiosità? E’ perché ritengo sia necessario per la sicurezza mia/tua/degli altri? E’ perché penso che gli altri si aspettino che tu la faccia? E’ perché mi sentirei in colpa se tu non la facessi? Perché mi sentirei giudicato? Perché ho paura? E tutte queste motivazioni e tante altre sono legittime, ma devo esserne consapevole se pretendo che un altro agisca a causa loro. A noi adulti spetta dunque un lavoro di autoriflessione, e di ascolto empatico e attento dei bambini per cogliere i bisogni reali dietro a parole e comportamenti non sempre di immediata lettura. Ad esempio i primi mesi andavamo tutti i venerdì in paese, ma ben presto è diventata un’esperienza da incubo. Non riuscivamo a mantenere una situazione che garantisse la sicurezza se non a costo di una fatica incredibile e alcune uscite poco coerenti con lo stile educativo che abbiamo scelto. Abbiamo abolito il venerdì in paese fisso, abbiamo detto ai bambini che per andare in paese era necessario ci fossero alcune precondizioni per cui avremmo deciso di andare solo quando ci sentivamo pronte. Ora ci andiamo 1 o 2 volte al mese, su proposta nostra o dei bambini, solo quando c’è una giornata tranquilla, noi adulti siamo in numero e ce la sentiamo. Abbiamo capito che la passeggiata settimanale in paese rispondeva più a una nostra idea che a un bisogno effettivo dei bambini, che volevano continuare a giocare, e sperimentarsi nell’autonomia e nel gioco di gruppo anche il venerdì. Ora quando andiamo è perché c’è un obiettivo chiaro e condiviso, quindi un interesse comune di adulti e bambini, ed è un’esperienza molto più serena.

Infine abbiamo imparato che una volta che abbiamo deciso che volevamo che il rapporto con i nostri bambini fosse il più possibile basato sul rispetto della libertà reciproca, dovevamo prima di tutto rinunciare al controllo e alle aspettative su come questa libertà viene usata. Pensiamo che sia preciso dovere degli adulti continuare a essere responsabili per la sicurezza e il benessere dei bambini, anche quando fanno cose che non ci piacciono, ci fanno paura, divergono da quello che ci aspettiamo o che riterremmo “giusto”. E questo vale soprattutto per l’apprendimento. Ad esempio nel nostro “Asilo nel bosco” la maggior parte delle attività sono iniziate dai bambini e guidate dal loro interesse. In ogni momento ci può essere uno o più bambini che ci portano un libro per leggere. Lo iniziamo insieme, ma mentre l’adulto legge i bambini non devono stare fermi, non devono non interrompere, non devono stare in silenzio. Non devono neanche stare in zona fino alla fine del libro. Questo perché non pensiamo che la fiducia e l’autonomia per decidere come spendere il loro tempo siano tali se le diamo e le riprendiamo quando ci fa comodo. Nel momento in cui uno o più bambini ci propone la lettura ha in mente sicuramente qualcosa. Ha bisogno di un momento di tranquillità? Di spezzare un’attività o una situazione che l’hanno stufato? Di aspettare un amico che sta arrivando o è impegnato in altro? Di uno spunto per un nuovo gioco? Loro lo sanno meglio di noi, e non devono giustificarsi. Quando la lettura ha esaurito il suo ruolo, si interromperà. E non per questo non sono capaci di impegnarsi e concentrarsi a lungo in un’attività, quando li interessa. Gli stessi bambini che magari non arrivano alla fine di un libro all’inizio della mattinata, poi stanno sui libri anche per un’ora (a 4 anni!) in un altro momento della giornata.

E’ l’opposto di quello che succede in tanti contesti dove i bambini vengono interrotti in attività interessanti su cui sono concentrati, per un bisogno organizzativo o didattico degli adulti, per loro poco comprensibile e di nessun interesse, per poi essere costretti a stare dentro attività noiose e lontane dai loro bisogni. Da questa esperienza imparano che vivere e imparare, conoscere e appassionarsi, sono dimensioni inconciliabili. E che concentrarsi è sinonimo di dover fare qualcosa dei noioso, e non invece entrare in quello stato di flusso, in cui tue capacità, bisogni, talenti e abilità si allineano permettendoti di fare qualcosa di bello per te e per gli altri.

Nelle immagini: i bambini ascoltano un libro, ma l’attività di lettura si trasforma in un’attività motoria, fino a ritrasformarsi in un attività di lettura condivisa con un altro libro, un altro adulto.

Affronteremo questo e tanti altri argomenti legati ai percorsi di educazione “alternativi” nel per-corso di introduzione alla pedagogia del bosco che terremo a Milano il 8-22 aprile e 13-27 maggio.

 

Friluftsliv, ovvero come sentirsi a casa nella natura.

La pedagogia del bosco ha le sue origini in Scandinavia, dicono grazie alla speciale connessione dei popoli scandinavi con la natura, grazie alla friluftsliv , che letteralmente significa “vita all’aria aperta”. Capire più profondamente cosa significa questa parola, difficilmente traducibile, può aiutare a capire meglio anche la pedagogia del bosco.

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Friluftsliv non è semplicemente stare all’aperto, ma è un’esperienza di vera connessione con l’ambiente, grazie alla quale una persona si sente a casa quando è in mezzo alla natura selvatica, anche in luoghi in cui non è mai stata. Non è una singola esperienza, ma un modo di vivere in cui pratica, valori e identità si uniscono in una visione del mondo non antropocentrica. Nasce dall’incontro incondizionato con la natura: richiede tempo, immersione in tutte le sue dimensioni, anche meno scontate e accoglienti, in modo disinteressato e partecipe. E’ il ritorno al legame biologico originario tra uomo e ambiente tramite la risintonizzazione con i ritmi naturali, l’armonia ritrovata di esperienza sensoriale/motoria/del pensiero in una dimensione ricca di stimoli. Grazie alla friluftsliv si genera un modo diverso di vedere il mondo, basato sulla consapevolezza profonda dell’unità uomo-ambiente-altri esseri viventi. E si rafforza il senso di comunità e di sicurezza, perché la persona ha fiducia nelle risorse proprie, dell’ambiente e degli altri per affrontare ogni difficoltà.

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Le esperienze che portano alla friluftsliv non possono avere degli obiettivi di controllo e dominio sulla natura, né obiettivi egoistici di ottenere o imparare qualcosa di specifico per sè. Non si possono identificare con un’attività specifica, tantomeno competitiva. Oggi anche in Scandinavia non tutti conoscono il significato filosofico di friluftsliv, alcuni la intendono come attività all’aperto in generale (anche grazie allo sfruttamento commerciale del termine per vendere esperienze outdoor), altri non conoscono neanche la parola, usata per la prima volta da Ibsen in una poesia della metà dell’Ottocento.

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Di sicuro però questo sentimento, così difficile da spiegare a parole per chi non l’ha provato,.è legato intimamente alla storia evolutiva della nostra specie e ogni popolo l’ha vissuto quando è riuscito a vivere in armonia con l’ambiente circostante. E’ la dimensione naturale per lo sviluppo e l’apprendimento, perché le energie di mente e corpo lavorano in sintonia al massimo delle loro possibilità.

Bibliografia

Gelter H., Friluftsliv:the scandinavian philosophy of outdoor life, Canadian Journal of Environmental Education, 5, Summer 2000

Kubala P., Friluftsliv- the mysterious, the ordinary, the noticeable, and the extroardinary, Palacky University Olomouc

Sostenere l’apprendimento all’Asilo nel bosco

Ripetiamo spesso che una delle caratteristiche fondamentali dell’Asilo nel bosco è che le attività sono scelte e guidate dai bambini in base ai loro interessi e ai loro bisogni.

Questo significa che sono loro a scegliere se stare dentro o fuori, dove andare in passeggiata, quando mangiare e dove e con chi (come ci ha raccontato l’altro giorno Tove Rasmussen dell’Associazione Asili nel bosco danese al convegno Educazione Terra e Natura organizzato da Zeroseiup a  Bressanone).

Significa che non ci sono materie nè lezioni, ma l’apprendimento e l’esperienza sono tutt’uno e la maggior parte del tempo è dedicata al gioco libero e spontaneo.

L’adulto fa le sue proposte, suggerisce, mette a disposizione materiali, risorse, conoscenze. Ascolta e osserva i bisogni dei bambini e rilancia e sostiene i percorsi di apprendimento organizzando alcune proposte specifiche: laboratori, gite, visite di ospiti che possano arricchire e aprire a nuove possibilità la curiosità dei bambini. Dà l’esempio, condividendo i suoi interessi e le sue passioni con i bambini.

Ma come sostenere l’apprendimento dei bambini lasciando a loro l’iniziativa? Abbiamo tradotto un breve testo che dà alcuni suggerimenti.

10 consigli per sostenere l’apprendimento dei bambini all’aperto, con lo stile della Scuola nel bosco.

di Leah Edmonds (Manitoba Nature Summit)

Giocare fuori con i bambini di cui ti occupi è un modo fantastico per trascorrere del tempo di qualità. Ecco alcuni suggerimenti per ottimizzare le occasioni di apprendimento dei bambini in un contesto naturale, basandosi sui principi della Scuola nel bosco:

 

  1. Sii un colibrì: passa dentro e fuori il loro gioco, stando intorno a loro ma dando loro la possibilità di essere indipendenti. Dimostri così la tua fiducia nella loro capacità di affrontare le situazioni ma ti permette di essere sempre prsesente se necessario.

 

  1. Sii positivo/a: usa un linguaggio positivo per sostenere le loro esplorazioni. Commenta le loro azioni e rifletti sulle loro emozioni: “Guarda cos’hai fatto! /trovato!”, “Sembri proprio orgoglioso”!

 

  1. Sporcati: siediti per terra, scava, accendi il fuoco. Dimostra ai bambini che anche tu ti diverti a stare completamente immerso nella natura!

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  1. Sii curioso: guarda sotto le pietre e i tronchi per trovare insetti! Inizia alcune frasi con: “Mi chiedo…” e stai a vedere dove i bambini condurranno il discorso. Esplora una nuova area o cerca gli uccelli tra gli alberi!

 

  1. Sostieni il rischio: incoraggia i tuoi bambini ad essere consapevoli del loro corpo quando iniziano un gioco rischioso, come stare in equilibrio su un tronco o arrampicarti sugli alberi. Chiedi loro “Ti senti sicuro?” E’ naturale per i bambini avere una certa dose di cautela. La loro abilità crescera se sono liberi di sperimentare direttamente le sensazioni di sicurezza e pericolo.

 

  1. Fai finta di non sapere: riproponi ai bambini le loro stesse domande, per esempio: “Tu cosa pensi che sia?”. Questo darà loro l’opportunità di rafforzare la loro base di conoscenza e il loro senso di meraviglia!

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  1. Sostieni la loro fiducia in se stessi: se un bambino ti chiede di togliere la giacca perchè ha caldo, sostieni al sua scelta. Chiedigli che cosa farà se avrà freddo. Ricordagli di mettere i vestiti in un posto preciso in modo da ricordarsi dove sono se vuole rimetterli in un secondo momento.

 

  1. Abbraccia un albero, letterealmente! Sii da esempio per i bambini per quanto riguarda l’amore verso la natura! E poi è provato che riduce lo stress (sempre utile quando si gioca con i bambini).

 

  1. Gioca: fai nodi, costruisci un riparo, fai l’equilibrista su una trave, arrampicati su una collina e rotala giù, trova quello che ti piace fare nella natura così avrai più voglia di ripetere queste esperienze ancora e ancora! Fai vedere che il gioco è importante ad ogni età.

 

 

  1. Ama: dì ai bambini quanto ti stai divertendo, quanto ti piace il tempo che passate fuori insieme, dì loro che sei felice quando loro sono felici. Abbracciali o dai loro una pacca sulla spalla quando passi loro vicino.

 

http://www.naturesummitmb.com/uncategorized/top-10-things-to-do-support-your-childs-learning-forest-school-style

Siete DAVVERO pronti all’Asilo nel bosco?

Le foto di questo articolo sono di Fausta Wendy Riva (FWR photo).

Sito: https://faustariva.wordpress.com/
Pagina Facebook: https://www.facebook.com/FWRphoto/?fref=ts

 

Perchè si diventa genitori del bosco? Perchè nonostante la distanza, gli orari ridotti, i pasti da preparare, le lavatrici in più da fare alcuni genitori si imbarcano in questa avventura con i loro figli?

E’ difficile riassumere in poche parole i percorsi diversi che ci hanno portato qui, ma in comune abbiamo alcuni valori che, anche quando sono difficili da mettere in pratica, ci orientano nella nostra esperienza quotidiana con i bambini.

Non basta un generico bisogno di più contatto con la natura o maggiore libertà per riconoscersi nell’idea di infanzia e educazione che portiamo avanti all’Asilo nel bosco, ma bisogna saper stare comodamente in concetti come la spontaneità, la selvatichezza, l’insolito e l’amore incondizionato.

E non per vacanza, per sfogarsi, nel tempo libero, dopo aver fatto il proprio dovere, o per dare un po’ d’aria a una vita un po’ soffocante, ma tutti i giorni, tutto l’anno (con qualsiasi tempo atmosferico…).

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Insomma siete pronti a diventare genitori del bosco se…

..pensate che i bambini siano portati a imparare naturalmente (principalmente attraverso il gioco) dall’ambiente e dalle persone che lo circondano, senza bisogno di un programma o di lezioni;

…considerate più importante giocare piuttosto che essere puliti, pettinati e vestiti di tutto punto;

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…vi fidate del fatto che vostro/a figlio/a può riconoscere i bisogni del proprio corpo per quanto riguarda il freddo, il caldo, la fame, la sete;

…volete che vostra figlia abbia la stessa possibilità di sporcarsi, arrampicarsi, giocare con i bastoni, urlare, sbagliare dei suoi amici maschi;

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…pensate che i graffi, i lividi, le sbucciature siano parte normale dell’infanzia;

…pensate che le domande siano più importanti delle risposte e la ricerca sia più interessante delle soluzioni;

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…pensate che vostro/a figlio/a debba imparare a conoscere la realtà e sperimentare direttamente i propri limiti e quelli del mondo in cui vive, e non allenarsi a fare qualcosa di estremamente innaturale come stare seduto un numero prefissato di ore su una sedia;

…considerate le regole un utile strumento per la convivenza (quando usate con parsimonia, buon senso e flessibilità), e non un metodo per controllare il comportamento dei bambini;

…concepite una comunità come un gruppo di persone che si accetta e si accoglie nella differenza e nel rispetto dei bisogni di ciascuno, e non un gruppo che deve uniformarsi alle stesse regole;

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…rifiutate ogni forma di punizione, a partire da quella fisica (compreso lo scappellotto) fino a quella psicologica (ricatto, minaccia, manipolazione, bugie) e considerate l’amore incondizionato e l’accettazione senza giudizio la base per una crescita sana e equilibrata;

… considerate più importante far frequentare a vostro/a figlio/a un comunità dove è accolto e accettato che curarvi del giudizio di parenti e vicini di casa sulle vostre scelte considerate “alternative”.

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