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Siete DAVVERO pronti all’Asilo nel bosco?

Le foto di questo articolo sono di Fausta Wendy Riva (FWR photo).

Sito: https://faustariva.wordpress.com/
Pagina Facebook: https://www.facebook.com/FWRphoto/?fref=ts

 

Perchè si diventa genitori del bosco? Perchè nonostante la distanza, gli orari ridotti, i pasti da preparare, le lavatrici in più da fare alcuni genitori si imbarcano in questa avventura con i loro figli?

E’ difficile riassumere in poche parole i percorsi diversi che ci hanno portato qui, ma in comune abbiamo alcuni valori che, anche quando sono difficili da mettere in pratica, ci orientano nella nostra esperienza quotidiana con i bambini.

Non basta un generico bisogno di più contatto con la natura o maggiore libertà per riconoscersi nell’idea di infanzia e educazione che portiamo avanti all’Asilo nel bosco, ma bisogna saper stare comodamente in concetti come la spontaneità, la selvatichezza, l’insolito e l’amore incondizionato.

E non per vacanza, per sfogarsi, nel tempo libero, dopo aver fatto il proprio dovere, o per dare un po’ d’aria a una vita un po’ soffocante, ma tutti i giorni, tutto l’anno (con qualsiasi tempo atmosferico…).

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Insomma siete pronti a diventare genitori del bosco se…

..pensate che i bambini siano portati a imparare naturalmente (principalmente attraverso il gioco) dall’ambiente e dalle persone che lo circondano, senza bisogno di un programma o di lezioni;

…considerate più importante giocare piuttosto che essere puliti, pettinati e vestiti di tutto punto;

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…vi fidate del fatto che vostro/a figlio/a può riconoscere i bisogni del proprio corpo per quanto riguarda il freddo, il caldo, la fame, la sete;

…volete che vostra figlia abbia la stessa possibilità di sporcarsi, arrampicarsi, giocare con i bastoni, urlare, sbagliare dei suoi amici maschi;

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…pensate che i graffi, i lividi, le sbucciature siano parte normale dell’infanzia;

…pensate che le domande siano più importanti delle risposte e la ricerca sia più interessante delle soluzioni;

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…pensate che vostro/a figlio/a debba imparare a conoscere la realtà e sperimentare direttamente i propri limiti e quelli del mondo in cui vive, e non allenarsi a fare qualcosa di estremamente innaturale come stare seduto un numero prefissato di ore su una sedia;

…considerate le regole un utile strumento per la convivenza (quando usate con parsimonia, buon senso e flessibilità), e non un metodo per controllare il comportamento dei bambini;

…concepite una comunità come un gruppo di persone che si accetta e si accoglie nella differenza e nel rispetto dei bisogni di ciascuno, e non un gruppo che deve uniformarsi alle stesse regole;

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…rifiutate ogni forma di punizione, a partire da quella fisica (compreso lo scappellotto) fino a quella psicologica (ricatto, minaccia, manipolazione, bugie) e considerate l’amore incondizionato e l’accettazione senza giudizio la base per una crescita sana e equilibrata;

… considerate più importante far frequentare a vostro/a figlio/a un comunità dove è accolto e accettato che curarvi del giudizio di parenti e vicini di casa sulle vostre scelte considerate “alternative”.

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Visita a un Asilo nel bosco in Danimarca

Ringsted, 26 luglio 2016

Siamo andati a visitare Bøgely Skovbørnehave, un Asilo nel bosco che si trova a poca distanza da Ringsted, una cittadina a 40 km da Copenhagen in Danimarca. Ci haNno accolto Anette Sommer e Lisbeth Nielsen, 2 maestre dello staff di 8 persone che lavora in questo Asilo nel bosco che accoglie fino a 40 bambini. Bøgely Skovbørnehave è una scuola pubblica, i costi e le modalità di accesso sono le stesse delle altre scuole dell’infanzia della regione. E’ nata sull’iniziativa del proporietario del bosco che li ospita che venti anni fa ha messo a disposizione del comune parte del suo bosco per creare questa scuola (ora pagano un affitto).

L’Asilo si raggiunge in macchina percorrendo una strada sterrata che porta a un piazzale circondato da alcuni prati e dal bosco, a cui si affacciano alcuni capannoni che ospitano , materiali e macchine per la gestione del bosco e la base dell’Asilo.

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dall'alto

Per prima cosa Anette e Lisbeth ci hanno fatto visitare i loro spazi, a partire dalla casetta rossa che contiene lo spogliatoio per i bambini e i maestri e 3 aule, una al pian terreno e due sopra, che vengono utilizzate raramente e solo in casi particolari, come tempeste di vento  o per particolare esigenze (ad esempio per un bambino con problemi di udito che doveva fare delle attività specifiche alcune ore alla settimana per lo sviluppo del linguaggio).

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Negli spazi al chiuso sono presenti molti giochi classici e un angolo con la vetrina dei tesori e dei reperti raccolti nel bosco, tra cui spiccano le pelli di scoiattolo (che hanno ricavato dagli scoiattoli morti che ogni tanto trovano in giro) e alcune creazioni dei bambini fatte con pigne e legnetti. Queste ultime venogno tenute nella vetrina dei tesori e quando un bambino compie gli anni può scegliere come regalo uno di questi oggetti.

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Di fianco c’è una piccola serra che contiene gli attrezzi e i materiali per le attività, oltre a un tavolo, il frigo e alcune panche. Infatti qui è dove i bambini lasciano il pranzo e dove mangiano se per qualche motivo non è possibile farlo all’aperto. Ogni bambino porta il proprio pranzo da casa ed è libero di mangiarlo quando vuole: Anette sottolinea come per loro sia fondamentale che i bambini imparino ad ascoltare e soddisfare i bisogni del loro corpo, per cui a un bambino che ha fame non viene mai chiesto di aspettare. Anche perchè stando all’aperto e al freddo mangiare è necessario per mantenere le scorte di energia. La scelta di far portare il pranzo alle famiglie infatti non è solo fatta per esigenze organizzative loro (non hanno una cucina e dovrebbero organizzare un servizio di catering), ma anche dalla necessità che anche il pranzo sia un momento flessibile, aperto ai tempi e alle esigenze di tutti.

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Alle spalle della casetta c’è il grande prato, abbracciato da 3 querce di 350 anni, che è allestito come spazio gioco per i bambini. Il prato è lasciato alto e dove l’erba è tagliata sono state create stradine e piccole “piazze” che diventano ognuna uno spazio speciale dove i bambini si fermano a fare i loro giochi. Alcune di questi spazi sono allestiti con l’altalena, lo scivolo, la sabbiera, una fontana per giocare con l’acqua, una nave vichinga. Ci sono un piccolo castelletto fatto dai genitori e due grandi mucchi, uno di trucioli di legno e uno di conchiglie, da cui i bambini possono prelevare il materiale per i loro progetti.

 

Alcuni angoli davvero speciali sono la casetta rifugio dove i bambini possono ripararsi per giocare e fare merenda e l’angolo della lettura all’aperto. Per la nanna da quest’anno hanno costruito una casetta apposta dove si possono mettere i materassini e chiudere la tenda per proteggere il sonno dei più piccoli. Ovviamente al centro il cerchio del fuoco, con di fianco una piccola tettoia per la legna e con una superifice per preparare il cibo da cucinare.

 

Anette e Lisbeth ci raccontano che l’anno è scandito da alcuni appuntamenti stagionali, ma che poi le attività sono basate su quello che succede nella quotidianità, come la scoperta di un cervo morto nel bosco che ha portato a tornare frequentemente a vedere come procedeva la decomposizione, o l’arrivo delle nuove casette rifugio, o l’arrivo della neve…

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Ogni giorno gli adulti si impegnano in alcuni lavori come la cura dell’orto, controllare come procede il compost, accendere il fuoco per cucinare qualcosa etc. e i bambini sono liberi di unirsi a loro per partecipare e contribuire a loro modo.  E’ importante che gli adulti facciano ciò che appassiona loro, perchè i bambini a loro volta sentono l’interesse e la competenza autentica degli adulti e apprezzino l’attività. Infatti lo staff è composto da persone che hanno una formazione e titoli molto diversi, e complementari fra loro. Nonostante d’inverno ci siano anche 10 gradi sotto zero i bambini sono sempre felici di stare fuori, anche sotto la pioggia. Anette ci dice che per fare un’Asilo nel bosco il problema non sono i bambini, ma trovare gli adulti giusti che davvero si sentano a loro agio fuori, anche al freddo e sotto la pioggia.

Ovviamente l’attività principale è l’esplorazione nel bosco. Dal piazzale parte una strada sterrata costeggiata dal bosco su entrambi i lati e a circa 500 m c’è il rifugio per quando sono in passeggiata.

Trattandosi di una scuola pubblica a tutti gli effetti le condizioni di accesso per i bambini sono uguali a quelle delle altre scuole. I genitori che scelgono l’Asilo nel bosco invece della scuola tradizionale si dividono più o meno in due categorie: gli amanti della vita all’aria aperta (camminatori, scout, cacciatori) e coloro che apprezzano il loro modo di relazionarsi con i bambini. Anette mi dice che la differenza principale nel loro modo di relazionarsi con i bambini è che si basa completamente sulla fiducia. Capita che qualcuno che non conosce la pedagogia del bosco scambi il loro modo di fare come lassaiz faire, ma non è assolutamente questo. Non ci sono regole fisse, ogni giorno, ogni situazioni richiede loro di parlare con i bambini, ascoltarli e ragionare con loro e questo è ovviamente molto impegnativo per gli educatori, che devono chiedersi in ogni situazione cosa è giusto fare e negoziare con i limiti personali di ciascuno e le condizioni oggettive del contesto.

Come esempio abbiamo parlato della situazione (classica) in cui i bambini feriscono o uccidono gli insetti. Lisbeth in particolare ama e conosce molto bene gli insetti e i piccoli animali che abitano negli spazi dell’Asilo (ci presenta le numerose lumache e l’orbettino che vivono nel compost, tiene nelle mani una vanessa che riposava in una casette rifugio dei bambini) e spesso li osserva con i bambini. Il suo motto è che se sei capace di prendere e tenere tra le mani un piccolo animale allora sei capace di prenderti cura delle persone intorno a te. Con l’esempio e l’esperienza quotidiana cerca di trasmettere ai bambini l’amore per queste piccole creature, rispondendo anche alle loro curiosità e domande quando le fanno. Talvolta i bambini spostano l’orbettino lontano dal compost, e allora semplicemente spiegano loro che devono rilasciarlo vicino alla sua casa. Certe volte inevitabilmente l’interesse dei bambini sfocia nella sperimentazione e a farne le spese sono gli insetti. Una volta un bambino catturava le mosche per cercare di nutrire un ragno. In questo caso non hanno detto niente perchè era chiaro il suo interesse scientifico nel capire come il ragno si sarebbe comportanto con le mosche, così come non dicono niente se qualche insetto viene dissezionato per capire come è fatto. In un caso invece un gruppetto di bambini si era dedicato alla distruzione sistematica dei gusci delle lumache vive, con effetti ovviamente distastrosi. In quel caso sono intervenuti spiegando ai bambini che per loro non era accettabile assistere alla sofferenza di queste creature indifese, che essendo nel loro ambiente naturale, nella loro casa, avevano il diritto di essere tranquille e protette e rispettate. Quando ho chiesto loro se questo è bastato e le lumache sono state lasciate stare mi hanno risposto che in linea di massima sì, anche se ovviamente non possono escludere che dietro qualche cespuglio ci sia stata ancora qualche vittima di questa fase.

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Per loro i genitori devono essere parte integrante del percorso e la fiducia deve essere anche alla base del rapporto con loro. I genitori quando vogliono possono fermarsi anche tutto il giorno all’Asilo, oppure quando vengono a prendere i bambini possono fermarsi a fare merenda e chiacchierare. Se hanno bisogno di fare domande o parlare con qualcuno possono farlo anche in modo informale, scegliendo tra gli operatori presenti quello/a con cui si sentono più a loro agio.

Anette e Lisbeth ci hanno raccontato anche di altri ospiti stranieri che sono andati a trovarli. Un ragazzo americano è rimasto con loro 3 settimane, e non conscendo il danese si è dovuto completamente affidare ai bambini che lo prendevano per mano e lo portavano con loro per partecipare a giochi o attività varie. Alla fine ha raccontato che questa esperienza per lui è stata rivelatrice perchè gli ha permesso di sperimentare letteralmente cosa significa aver fiducia nei bambini e lasciare che siano loro a guidare l’attività.

Alcuni ospiti dalla Norvegia invece si sono trovati spiazzati perchè non riuscivano a concepire come i bambini potessero stare all’aperto tutto il giorno senza una recinzione e senza controlli: da loro ogni mezz’ora l’adulto di riferimento deve verificare la presenza di ciascun bambino e segnarla su un modulo apposta. Ma per Anette e Lisbeth questo sarebbe inconcepibile: da una parte perchè porterebbe la loro relazione con i bambini su un piano di controllo e non più di fiducia, e poi perchè non si può essere impegnati nelle attività con i bambini se ogni mezz’ora si deve compilare un modulo!

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In 20 anni hanno ospitato anche molti bambini con diverse difficoltà fisiche o psichiche. Soprattutto per i primi l’esperienza è sempre stata positiva. L’unico vero ostacolo alla partecipazione alle attività è il non avere una macchina perchè l’asilo è in una zona abbastanza isolata, non raggiungibile con i mezzi. Ci sono pochissimi bambini stranieri, la loro ipotesi è che sia più che altro per motivi culturali perchè il bisogno di maggiore libertà e connessione con la natura è meno diffuso nelle comunità di immigrati. Stanno pensando di proporre delle attività dedicate ai piccolissimi per far conoscre alle mamme questo tipo di approccio educativo nel primo anno di vita  dei loro bambini, in modo da aprire anche per loro la possibilità di scegliere questo percorso.

E’ successo una sola volta che un bambino fosse ritirato perchè non si trovava bene (non era a suo agio a stare all’aperto così tanto). Quando è ora di passare alla scuola tutti i bambini sono contenti ed emozionati. Gli ultimi 6 mesi di Asilo fanno un paio di ore alla settimana di preparazione alla scuola, una specie di gioco in cui provano a stare seduti nei banchi, a sentire la campanella etc. Tutti i bambini partecipano con curiosità e  entusiasmo e i piccoli non vedono l’ora che tocchi a loro provare questa cosa così nuova e “da grandi”. Nessun bambino ha mai avuto problemi ad adattarsi alla scuola primaria, anzi la loro esperienza è che in genere i bambini che hanno fequentato l’Asilo nel bosco hanno maggiori capacità di concentrazione e in generale migliori competenze sociali. Anette ci racconta che se dovesse scegliere una caratteristica che differenzia i bambini del bosco è che sono molto bravi a sapere di che cosa hanno bisogno (e a chiederlo efficiaciemente aggiungo io!).

Abbiamo parlato ovviamente dell’importanza dell’equipaggiamento. Ogni famiglia deve portare quello per il proprio bambino, mentre la scuola dà 1000 corone danesi (135 € circa) all’anno agli operatori per comprarsi il proprio. Anche inquesto caso Anette sottolinea come il fatto di avere abiti dedicati al lavoro permette di viversi le attività con più tranquillità e concentrati con i bambini: non c’è la preoccupazione di sporcarli o rovinarli.

Ogni operatore ha sempre con sè un marsupio con un mini pronto soccorso di base, un coltello e ciò che può servire per poter seguire i bambini senza dover tornare alla base per prendere un cerotto o un accendino.

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Non hanno probelmi di iscritti, anzi hanno la lista d’attesa. Ci raccontano che anche in Danimarca è sempre più diffuso un’insoddisfazione di fondo su alcuni aspetti della vita contemporanea: troppa fretta, troppa concentrazione sul lavoro e sugli obiettivi materiali. C’è un diffuso bisogno di tornare a seguire ritmi più naturali, e anche la sensazione che la scuola “tradizionale” non sia più in grado di rispondere ai bisogni dei bambini e delle famiglie di oggi.

Ogni anno seguono alcuni corsi di aggiornamento, anche se non sempre sono interessanti per loro che hanno una così vasta esperienza e esigenze abbastanza specifiche, mentre sono utili le formazioni e i materiali che ricevono grazie alla loro adesione all’iniziativa della Bandiera Verde, un riconoscimento dato alle scuole impegnate nell’educazione ambientale dato dall’organizzazione non governativa no profit Foundation for Environmental Education (FEE). Inoltre ogni sei settimane hanno un incontro di supervisione con una psicologa del comune.

Tra gli autori a cui si riferiscono ci hanno indicato soprattutto scandinavi come  Berit Bae, Erik Sigsgaard e Lasse Edlev.

Anette e Lisbeth ci hanno detto che loro si autodefiniscono Asilo nel bosco, non c’è nessuna rete a cui dover aderire nè indicazioni particolari da rispettare. Sono in mezzo a una foresta e stanno fuori tutti i giorni, poi sta ai genitori andare a conoscerli e capire se il loro approccio fa per loro e per i loro bambini. A poca distanza c’è un’altra scuola che si definisce Asilo nel bosco ma sono molto più strutturati sia negli spazi che nella programmazione.

Per noi è stato molto emozionante conoscere questa realtà che nonostante la distanza e alcune differenze abbiamo sentito davvero molto vicina, nell’organizzazione degli spazi e delle attività ma soprattutto nell’approccio pedagogico. E’ stata la conferma che la nostra idea di Asilo nel bosco non è un sogno nè una pazzia, non è il prodotto di incontri fortunati ma casuali, di bisogni particolari legati a un contesto specifico. E’ invece una risposta coerente dal punto di vista teorico e sensata da quello pratico, che nasce da una lettura scientifica e concreta dei bisogni dei bambini e delle famiglie dei nostri giorni. L’Asilo nel bosco è una realtà replicata e replicabile in diverse parti del mondo, in cui bambini e (certi) adulti, stanno bene e sono felici, trovano uno spazio per essere se stessi, una casa, una seconda famiglia.

La parola R*****O: rischio, incertezza e la possibilità di esiti spiacevoli

Autore: Tim Gill

Traduzione: Selima Negro

 

Pubblichiamo con il permesso dell’autore la traduzione del post “The R word: risk, uncertainty and the possibility of adverse outcomes in play” pubblicato il 15 giugno 2016 sul blog di Tim Gill,  autore del volume “No fear. Growing in a risk averse society.”

 

Mettiamo che, come me, anche voi pensiate che siamo diventati troppo protettivi e ansiosi nei confronti dei bambini che giocano. Che linguaggio dovremmo usare per sostenere l’ idea che è necessario cambiare in meglio il nostro atteggiamento? In particolare, la parola “rischio”, per esempio nell’espressione “gioco rischioso”, aiuta o no?

Adrian Voce, sostenitore della campagna a favore del gioco e mio successore nell’organizzazione che è ora Play England – ha messo in discussione* l’uso del termine rischio. Ammettendo i progressi che sono stati fatti nel riconoscere il ruolo del rischio nel gioco, dice:

 

Anche se “rischioso” e “avventuroso” sono, in un certo senso, sinonimi, il secondo termine ha inequivocabilmente un significato più positivo. Cattura anche meglio l’essenza dei bambini che giocano – il desiderio di superare i limiti, mettere alla prova i confini e, certamente, affrontare qualche rischio – ma con la finalità di sperimentare divertimento e eccitazione, non il il pericolo sconsiderato che l’espressione “gioco rischioso” potrebbe evocare…. “rischioso” potrebbe non essere il termine più adatto per descrivere le opportunità e gli ambienti che vogliamo mettere a disposizione dei nostri bambini, nè le modalità che adottiamo nel farlo.

 

I suoi dubbi trovano eco nella parole dell’insegnante e blogger americana Kim Allsop, che ha scritto in un post recente “per favore, possiamo smettere di parlare di “rischio”? Possiamo parlare invece di avventura, preparazione e fiducia.”

Spero che siamo tutti d’accordo sul fatto che è necessario un approccio  più equilibrato  e consapevole all’imprevedibilità che è una parte così centrale nel gioco dei bambini. Dobbiamo riconoscere il valore di una certa libertà, scelta e autonomia. E vogliamo allontanarci il più possibile dagli anni ’90 in cui dopo la parola “gioco” veniva inserita in automatico la parola “sicuro”.

Dobbiamo accettare che quando i bambini giocano liberamente, gli esiti sono incerti. In altre parole, dobbiamo accettare un rischio reale. Ovviamente questo non significa accettare l’incoscienza – nessuno sostiene questo.

Accettare l’incertezza degli esiti – accettare il rischio –  significa accettare che qualche volta, i bambini faranno qualche errore e si faranno male o saranno turbati. In realtà, non stiamo facendo bene il nostro lavoro se qualche volta NON sbaglieranno e si faranno male o saranno turbati (grazie a Teacher Tom, che si è confrontato con il problema del linguaggio più di una volta).

Accettare il rischio non è un semplice dettaglio: è il singolo passo più importante che chiediamo di fare alla persona ansiosa. Usare la parola rischio è importante proprio perchè permette di affrontare direttamente la possibilità di esiti spiacevoli. Nel 2002, nella pietra miliare delle linee guida contenuta in “Gestire il rischio nelle aree gioco” si dichiara “può essere inevitabile che un’area gioco esponga al rischio – anche molto basso- di ferirsi anche mortalmente.”

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Evitare la parola “rischioso” ed usare invece la parola ”avventuroso” o “sfida” significa nascondere la parte di incertezza che  ci sta a cuore. Il messaggio implicito è “il tuo bambino vivrà un’avventura –  ma non ti preoccupare andrà tutto bene”.

Ci sono alcune lezioni da apprendere dai nodi su rischio e sicurezza che si è trovato a dover sciogliere chi si occupa da decenni di proporre campi avventura (come sostiene nel suo recente libro Simon Beams “Imparare con l’avventura: una pedagogia per un mondo che cambia”).  Un simile destino hanno incontrato molti parchi avventura britannici durante gli anni ‘80 e ’90. Adottare la parola “avventura” non è servito per proteggerli dall’aumento spropositato dell’avversione al rischio.

Detto questo, anche io ho delle riserve sull’espressione “gioco rischioso”. Ricordo di averlo incontrato la prima volta mentre recensivo il libro di Helen Tovey del 2007 “ Giocare all’aperto: spazi e luoghi, rischi e sfide”. Come ho detto allora, evoca il concetto problematico di una quantità prescritta di giosco rischioso come antidoto che si va ad aggiungere e non a sostituire una supervisione iperprotettiva e invadente il resto del tempo. Ma penso che gli operatori del settore consapevoli siano coscienti del pericolo.

Per quanto riguarda invece il punto di vista dei genitori, della stampa  o dell’opinione pubblica in genere, sarei più cauto nel trarre conclusioni. Ho una prova (assolutamente non scientifica) che queste categorie di persone non sono così spaventati dalla parola rischio come alcuni pensano. Arriva da questo articolo. Dopo averlo letto, il 98% di quelli che hanno votato hanno effettivamente votato sì all’introduzione di elementi di rischio nei parchi giochi.

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Anche se in certi contesti, la parola rischio è ancora un qualcosa di troppo per alcuni -e chiaramente lo è- il linguaggio cambia , e il significato delle parole evolve.  E qualche volta questo avviene proprio  attraverso la scelta di parole che mettono in  dubbio e si confrontano con i valori esistenti. Guardiamo solo a come il movimento LGBT ha fatto  suo l’uso della parola “queer”.

La professoressa norvegese Ellen Sandseter è associata con la promozione del “gioco rischioso” e ha stabilito una definizione di ricerca per quest’espressione. Il suo contributo a questo dibattito si affianca al mio punto di vista sui meriti di “rischio” invece di  “avventura” o “sfida”.

Sandseter fa anche la rilevante osservazione che contesto e cultura sono importanti e quindi ragioni sufficienti per essere cauti nel fare affermazioni generali sull’uso del linguaggio. Mi chiedo, per esempio, se gli Stati Uniti possano essere uno dei luoghi in cui la parola rischio è davvero difficile da far accettare.

Detto questo, diamo un’occhiata globale alla campagna a favore del gioco dell’ultimo decennnio. Non ci sono molti motivi per festeggiare, ma uno di quesi riguarda proprio il rischio.

Quasi ovunque si guardi, stanno emergendo nuovi e più consapevoli approcci: nel design dei parchi gioco, nella gestione del rischio, nelle pratiche degli operatori [link a un file pdf], nelle posizioni sulle normative, negli standard delle attrezzature , nell’educazione all’aperto, cortili scolastici, nelle discussioni sulla genitorialità,nelle prospettive sulla prevenzione degli incidenti, nei diritti dei bambini [link a file .doc], nell’attrazione dei visitatori, negli spazi pubbblici per il gicoo – anche nei tribunali.

Questo progresso generale è stato sostenuto da un chiaro messaggio su che cosa significano libertà, scelta e incertezza nel gioco dei bambini. Significano rischio.

Negli ultimi mesi ho incontrato due esempi. Il primo viene dalla  Svezia, nelle linee guida per il  programma di investimento di 50 milioni di sterline per i cortili delle scuole. La prima signifactiva sezione del documento è intitolata “Affrontare i rischi necessari”. Vi è dichiarato: “Spazi aperti per bambini e giovani dovebbero essere progettati per promuovere la possibilità per i bambini di cercare situazioni emozionanti nei loro giochi, anche quando questo significa correre qualche rischio.”  La seconda è dall’Olanda, dove i sostenitori della campagna per il gioco olandese si incontreranno la settimana prossima per discutere di “rischio e resilienza”.

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Il mio lavoro personale sul rischio con genitori, educatori, operatori degli spazi gioco e decision makers in questi anni mi ha portato in giro per tutto il Regno Unito e in Europa, Nord America, Giappone, Australia e Asia. L’impatto di questo lavoro sarà giudicato da altri. Ma quello che posso dire io è che la chiarezza intorno al concetto di rischio – e cioè che significa una reale incertezza degli esiti – è stato un tema centrale e indispensabile.

Come prova, guardate la tag cloud sulla destra dell’homepage del  mio blog

* Adrian Voce ha pubblicato un chiarimento sulla sua posizione qui.

Cosa si intende per “programma emergente”?

Questo post è la traduzione dell’articolo “What do you mean “emergent curriculum”?” di Sonja Lukassen e pubblicato sul sito della Child and Nature Alliance of Canada, program area Forest School Canada.

Sarà uno degli spunti per il workshop del 25 giugno: “Imparare all’aperto. Percorsi di apprendimento naturale.”

Il programma emergente può essere definito un modo di sostenere l’apprendimento basato sull’interesse dei bambini. L’apprendimento avviene naturalmente, e i bambini si sviluppano e imparano meglio quando viene data considerazione e risposta ai loro interessi.

Ok, quindi cosa significa?

Significa fiducia:

Fiducia che la terra e le sue creature forniranno gli stimoli necessari.

Fiducia che gli studenti saranno ispirati, esploreranno, faranno domande, si intereserranno e appassioneranno.

Fiducia che l’adulto accompagnatore  sarà pronto a fare le domande che approfondiranno l’interesse del bambino e porterà con sè il materiale che lo amplierà.

Fiducia nel fatto che l’apprendimento avviene anche se è guidato dal bambino ed è lui che decide quanto a lungo e a fondo indagare un argomento.

Significa osservare:

Osservare dove sono le impronte di cervo, le borre di gufo, le pozzanghere di fango e le superfici d’acqua ghiacciate.

Osservare da cosa viene catturata l’attenzione dei bambini perchè si possa far loro delle domande, tornarci, e ricordare loro quello che hanno bisogno che gli si ricordi.

Osservare quando gli studenti hanno bisogno di un intevento dell’adulto per mantenere il loro gioco sicuro e intelligente, e osservare quando hanno bisogno che si faccia un passo indietro  e non si dica niente.

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Significa tempo e spazio:

Tempo e spazio per alimentare nel bambino la consapevolezza che i suoi interessi e le sue richieste sono aprezzate e meritano di essere esplorate a fondo.

Tempo e spazio per gli studenti per conoscersi tra di loro, per conoscere la terra, e le loro competenze e passioni.

Tempo e spazio per esplorare a fondo un interesse, che sia immaginare com’è la vita di un orso, cercare di identificare ogni specie di fungo che si trova nel bosco, o contribuire alla decomposizione di un albero morto

Significa fare domande:

Fare domande aperte come “Cosa pensi che sia successo?” o “Cosa pensi che sia?”, “Che potresti trovare di farlo?” o “Come pensi che potremmo scoprirlo?”.

Fare domande a se stessi su come si può alimentare un certo percorso d’indagine, come si può nutrire una passione che è solo all’inizio.

Fare domande al gruppo per sapere le loro opinioni e idee cosicchè le attività possano riflettere e alimentare I loro interessi.

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Un programma emergente succede quando gli educatori credono che i bambini che esplorano, si meravigliano e giocano stanno anche imparando. Succede quando gli interessi e le passioni dei bambini sono valorizzate. Succede quando gli educatori spostano il loro obiettivo da impartire conoscenze che noi consideriamo interessanti a dimostrare agli studenti che noi diamo valore alla loro curiosità, alla loro capacità di risolvere problemi, alle loro domande e teorie. Quando diciamo “Wow” e “Tu cosa ne pensi?” invece che “Ti spiego io come funziona”.

Non è sempre facile credere che i bambini siano competenti a sufficienza per guidare il proprio percorso di apprendiemento, o lasciare che ogni membro di un gruppo impari, epslorando e approfondendo diverse materie, ognuno con il proprio passo. Non è sempre facile spiegare agli osservatori esterni e ai genitori come questo processo che sposta il programma dalle mani degli adulti a quelle dei bambini funzioni così bene e sia così appagante e efficace.

Non è sempre facile da spiegare ma una volta che si è in un bosco, e ci si è assicurati che gli studenti abbiano le informazioni necessarie per essere al sicuro, si è fatto un passo indietro e li si è lasciati liberi non c’è più bisogno di nessuna spiegazione. Basta assistere al processo che si compie davanti a noi.

Il programma emergente è sempre possibile perchè i bambini sono sempre curiosi e interessati nell’apprendiemento. Noi lo rendiamo possibile andando nel bosco e stando da parte.

Imparare nel bosco

Approfondiremo questi argomenti il 25 giugno 2016 al workshop “Imparare all’aperto: percorsi di apprendimento naturale.” organizzato da Fuori dalla scuola alla yurta sede del nostro Asilo nel bosco.

 

L’Asilo nel bosco è fuori perchè siamo convinti che all’aperto ci sia una dimensione più stimolante e più accogliente insieme, in cui ogni bambino può trovare i propri spazi e tempi per crescere. Per trovarsi in questa dimensione non basta però uscire, ma bisogna cambiare decisamente prospettiva sul ruolo e le modalità di intervento degli adulti nei percorsi di apprendimento dei bambini.

All’Asilo nel bosco l’apprendimento avviene dall’incontro e dall’interazione tra un bambino (i suoi bisogni, le sue domande, i suoi interessi) e la natura (elementi, ambienti, esseri viventi nella loro dimensione selvatica). Difficile quindi immaginare di riportare fuori tale e quale un modello (quello della scuola tradizionale) in cui gli obiettivi, i contenuti e gli strumenti di attuazione del programma vengono concepiti in anticipo –e spesso ripetuti uguali di anno in anno- dagli adulti (e al massimo adattati per accogliere un minimo l’unicità del gruppo e del singolo).

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Se il percorso educativo avviene grazie all’occasione, all’imprevisto e all’individualità sorgono spontanee alcune domande: ha senso che gli adulti individuino a priori degli obiettivi (competenze o conoscenze che siano)? Ha senso che si individuino a priori delle “materie” o ambiti di conoscenza considerati irrinunciabili? Davvero i bambini imparano anche se il percorso è guidato dai loro interessi? E gli adulti come possono sostenerli in modo efficace senza sovrapporsi a loro?

Nello specifico, può esistere una “programmazione” all’Asilo nel bosco? Nel mondo anglosassone si parla di emergent curriculum, un programma che “affiora” nell’esperienza quotidiana e che è l’insieme delle domande dei bambini e dei rilanci progettuali degli adulti. In realtà non è un vero e proprio programma perchè in realtà non è stabilito in anticipo, ma si costruisce man mano e si può apprezzare appieno il suo svolgimento solo a posteriori.

I pilastri di questo modo di sostenere l’apprendimento spontaneo dei bambini sono:

– l’osservazione (documentazione): uno sguardo attento e consapevole, che tramite il ricordo, la narrazione e la riflessione sia testimone fedele del lavoro dei bambini e sappia quindi come intrecciare gli interventi degli adulti al loro percorso;

– la relazione (fiducia e dialogo): stare con i bambini, aprire canali di comunicazione onesti e a doppio senso, accogliere le loro richieste, esserci per giocare e parlare con loro quando e se ne hanno bisogno.

Prerequisiti necessari saper stare nell’attesa, non avere troppe aspettative e saper ascoltare, sapendo che si tratta di un processo che si costruisce man mano e cambia da gruppo a gruppo.

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Il nostro primo corso di formazione

Siamo felici di poter finalmente promuovere un’iniziativa a cui teniamo tantissimo: il nostro primo corso di formazione per accompagnatori di scuola nel bosco!

In questo anno di incontri e sperimentazioni abbiamo imparato tantissimo, e conosciuto persone che sappiamo possono ancora insegnarci altrettanto. Abbiamo sentito noi stessi prima di tutto la necessità di ricavare un percorso riservato a noi adulti per fare il punto su tutte le competenze che ci serviranno come volontari, genitori e educatori per accompagnare i nostri bambini in questo magico percorso.

D’altronde ogni percorso di educazione parte dalla riflessione su di sè, dalla capacità di mettersi in gioco, dalla consapevolezza di cosa stiamo portando nella relazione con l’altro. La libertà e la non programmazione dei percorsi di pedagogia nel bosco non presuppone un inconsapevole spontaneismo, ma invece l’intenzionalità di chi sa riconoscere e apprezzare le occasioni di crescita che natura e bambini creano nella loro interazione.

Abbiamo deciso di aprire questo percorso a tutte le persone interessate a questo approccio pedagogico, prima di tutto perchè il nostro scopo come associazione è proprio quello di favorire la sua diffusione e affermazione come modello valido per la costruzione di percorsi educativi in grado di rispondere alle specifiche sfide che ci pone la società di oggi.

Inoltre sarà un’occasione per conoscere e intrecciare relazioni con persone che nel loro percorso sono arrivate come noi a riconoscersi in questo approccio, così da arrichirci a vicenda e trovare il modo di collaborare.

Anche perchè stiamo cercando un accompagnatore/trice per il nostro Asilo nel bosco, e fare questo piccolo percorso insieme speriamo che sia un modo propizio per conoscere la persona adatta, visto che difficilmente potremo trovare persone che già hanno esperienza e competenza di un modello in Italia ancora così poco diffuso.

Per il programma completo potete curiosare qui.

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